mercoledì 12 ottobre 2016

Musica in Movimento: Green Day - Insomniac

I Green Day sono un gruppo rock tra i più conosciuti degli ultimi 20 anni, autori di canzoni e album di grande successo commerciale. Famosi come i più importanti esportatori del pop-punk americano esploso nella metà degli anni '90, hanno alternato lavori di ottimo riscontro ad altri di minor impatto, passando da musiche più dure ad altre fin troppo orecchiabili. 

La loro esplosione avvenne nel 1994 con "Dookie", trascinato dai singoli "Basket Case" e "When I Comes Around", ma se devo scegliere un album da consigliare, mi butto si "Insomniac", del '95, meno curato, più grezzo, forse meno immediato, ma decisamente più adatto da ascoltare durante un'attività intensa di poco più di mezz'ora, tant'è che ancora oggi non lo disprezzo durante alcune uscite o esercizi in casa.

martedì 11 ottobre 2016

Andy Van de Meyde, la fragilità di un talento di cristallo

Le mani davanti al viso, la destra vicinissima agli occhi, aperta, come un mirino, mentre la sinistra si allontana verso il cielo, a simulare la canna di un fucile.
Guardarsi attorno e vedere lo stadio olimpico ammutolito, i tifosi della Roma attoniti, i visi tirati in un misto di odio e ammirazione, mentre i compagni gli correvano incontro. Chivu, Sneijder, Van Der Vaart, Ibrahimovic, una generazione irripetibile per l’Ajax che, in una notte d’autunno, conquistò l’Olimpico.


Era il 2002, Andy Van Der Meyde aveva 23 anni ed era considerato uno dei talenti più puri che il calcio olandese avesse sfornato negli ultimi 20 anni. La precisione al cross, il dribbling ubriacante, la velocità di un giovane nel fiore dei suoi anni, così forte da non potersi non innamorare di lui. 
Nella terra di Van Gogh lo idolatrano, l’Europa gli mette gli occhi addosso, l’Inter lo compra per regalare il pezzo pregiato al suo allenatore, Hector Cuper, l’hombre vertical argentino, che faceva del gioco sulle fasce il punto nevralgico della sua tattica.

lunedì 10 ottobre 2016

Dialogo col campione: Giulio Ornati

Foto di Andrea Callera
Giulio Ornati è un trailer italiano, che corre nel Team Salomon Isostad.

Vincitore di numerose competizioni, ha riportato l'Italia nella top ten dell'Ultra Trail du Mont Blanc dopo quasi 10 anni. L'ultimo a riuscire nell'impresa è stato infatti Tagliaferri nel 2008.












Quest'anno all'UMTB hai portato a termine una gara super, caratterizzata da un'ottima tenuta fisica e mentale. Prima dell'UTMB hai però sempre dato il meglio di te su distanze più corte. Cosa è cambiato? Hai svolto una preparazione anche mentale o unicamente fisica?

La modifica più grande è stata iniziare a farmi seguire da Fulvio Massa. Prima ero una sorta di autodidatta, ora Fulvio, che è diventato il mio allenatore, mi segue sotto tutti gli aspetti. Questo è stato un grande cambiamento.
Un aspetto ulteriore è che ho impostato tutta la stagione sull'obiettivo UTMB. Tutte le gare erano in funzione del bianco e anche gli allenamenti, seppure fossero finalizzati alla gara più vicina, avevano sempre un occhio per l'UTMB.
Inoltre, dal punto di vista mentale, ho iniziato a fare Yoga. Ho notato che oltre a rilassarmi nell'ora/due ore di pratica, forse mi ha permesso di prendere maggiore consapevolezza del mio corpo, della mia mente e a tenerli insieme. Credo anche questo mi abbia aiutato.

venerdì 7 ottobre 2016

Autoefficacia: la benzina del successo sportivo

L'autoefficacia è uno dei concetti più importanti e più nel mondo sportivo. Da Molt (2005) viene definita  un meccanismo cognitivo che media la motivazione, la perseveranza, l’attivazione emotiva e il comportamento

L'esito che deriva da tale meccanismo influenza la percezione che l’atleta ha delle proprie capacità, delle proprie competenze, delle proprie risorse, nel saper affrontare e superare efficacemente gli ostacoli posti tra lui e la meta, accrescendo o diminuendo le possibilità di raggiungere il successo nell'esecuzione di un compito o di una competizione sportiva.

giovedì 6 ottobre 2016

Libreria dello sport: Stefano Frascoli - Correre nel vento

Stefano Frascoli, atleta mezzofondista portacolori del Cus Insubria dopo il suo primo libro “Il Re dei Silenzi” ha recentemente pubblicato una seconda opera che si intitola “Correre nel vento”, una raccolta di 46 racconti in cui sono concentrate tutte le emozioni, le sfide e le passioni che caratterizzano l’inimitabile mondo dell’atletica leggera.


Il libro è suddiviso in quattro capitoli in modo che la narrazione, pagina dopo pagina, diventi sempre più coinvolgente e intensa. Protagonisti dei racconti non sono dunque campioni, bensì atleti “normali” che vogliono mostrare a tutti la realtà di un sport fantastico e ancora in parte inesplorato.


mercoledì 5 ottobre 2016

Musica in Movimento The Prodigy - The Fat Of The Land

Sabato, poco prima della partenza del Trail del Campo dei Fiori, tra varie canzoni rock, spunta fuori un pezzo dei Prodigy: esatto, quel gruppo techno/hardcore/big beat/elettronico che nel 1997 fece uscire dal circuito undergroung e dei rave party, quella musica apparentemente per fattoni. "The Fat Of The Land" fu un album epocale, un tassello in più rispetto al precedente (e pur pregevole) "Music For The Jilted Generation" - lavoro probabilmente più spontaneo, più vicino a quella nicchia di musica "da ballare" sotto effetti (spesso) di alcune sostanze - e senza dubbio quello più ascoltabile anche dai non esperti del settore. Ed è un album da far saltare la testa, e le gambe.

Si apre con uno dei successi del gruppo, "Smack My Bitch Up", ritmo che parte da subito alto, incessante, suoni che si rincorrono, voce ossessiva, e un intermezzo orientaleggiante: la perfetta summa dei nuovi Prodigy, o per meglio dire, del nuovo lavoro di Liam Howlett, la vera mente musicale del gruppo. Nella successiva "Breathe" si può notare il taglio techno/rock del nuovo sound, grazie al sottofondo pulsante del basso e la chitarra, con la voce roca del frontman Keith Flint (dall'acconciatura punk e dalle movenza da psicopatico).

martedì 4 ottobre 2016

Collins e Fashanu, un coming-out per due.

Ci sono storie che si fermano al campo, altre che nascono dai microfoni.
Jason Collins era un giocatore dell’NBA, un uomo di basket la cui carriera ha coperto due decadi. Vittorie e sconfitte, contratti e tagli, due finali, due volte a un passo dal mettersi al dito l’anello di campione NBA, che, ai tempi delle Finals 2002-3, voleva dire essere i campioni del mondo. 
Una carriera da comprimario per lunghi tratti, un personaggio amato nello spogliatoio e fuori. Pochi lampi per un fisico come il suo. 213 centimetri per 115 kg di muscoli, la perfezione atletica per un centro: mani educate, veloce il giusto, atletico. 


Vi chiederete il perché di questo excursus? Quale dettaglio rende Jason Collins degno di essere raccontato se, sportivamente parlando, non ha lasciato segni indelebili?
A volte, per scrivere la storia dello sport, non serve vincere una partita, 'basta' il coraggio di essere se stessi. Non tutti lo sapranno, ma il 29 Aprile 2013 Jason Collins ha scelto di uscire allo scoperto. Dopo anni di repressione, anni in cui ha dovuto forzare se stesso, fingendo di essere ciò che non era, Jason ha fatto coming out. Ha dichiarato la propria omosessualità a mezzo stampa. Il primo giocatore ancora in attività a dichiararsi tale. Nello sgomento della sala stampa, un piccolo mattone sulla via della parità dei diritti è stato messo da questo giocatore afroamericano.