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martedì 23 maggio 2017

La rimonta di Bartali

21 minuti da recuperare. Il sogno giallo pronto a sfumarsi alle prime ore del mattino del 13 Luglio. La maglia di leader sulle spalle di Bobet, un ventitreenne di talento che, solo pochi anni dopo, si sarebbe trasformato da promessa a campione, dominando il Tour in tre anni consecutivi. Il pronostico contro, i giornalisti italiani tornati in patria perché lo consideravano spacciato, una sola idea in testa: provare.



Gino Bartali aveva 34 anni. Aveva vinto il suo primo Tour nel 1938, davanti a Vervaecke, prima che la Seconda Guerra Mondiale gli rubasse anni di vittorie. Anni senza competizioni, ma con la Resistenza nel cuore. Anni a consegnare documenti nascosti nella canna della bicicletta, sfruttando le gambe e la popolarità. Anni di lotta segreta.

martedì 20 dicembre 2016

The Yellow-Floyd

Braccia alzate o dietro la schiena? Occhi al cielo o al suolo? Testa alta o testa bassa?

Floyd Landis ha scritto una pagina indelebile del ciclismo del nuovo millennio. L’impresa dopo la crisi, la crisi dopo l’impresa. Tutto in 3 giorni.
Montagne russe d’emozioni nel Tour de France del 2006, l’anno nero per la corsa francese. Tra doping tentato e imprese sfiorate, la vittoria della normalità.

Oscar Pereiro Sio vs. Floyd Landis.

18 Luglio. Caldo, sole e fughe da lontano. Frank Schleck e Damiano Cunego a darsi battaglia sulla salita dell’Alpe d’Huez, mentre Floyd staccava Oscar per andarsi a riprendere la maglia gialla. Da favorito, dopo aver visto fuori gioco Armstrong (ritirato a fine 2005), Basso e Ullrich (Operacion Puerto). 
Una vittoria annunciata messa in discussione solo dallo spagnolo, avvantaggiatosi in una fuga bidone a inizio Tour. Giorni di inseguimento coronati all’arrivo, ancora uno statunitense in giallo. ‘Il sogno di una vita’, ‘Dai tempi di Lemond’ e ‘Ho imparato tanto da Lance’, frasi dette e ripetute fino alla nausea.

martedì 4 ottobre 2016

Collins e Fashanu, un coming-out per due.

Ci sono storie che si fermano al campo, altre che nascono dai microfoni.
Jason Collins era un giocatore dell’NBA, un uomo di basket la cui carriera ha coperto due decadi. Vittorie e sconfitte, contratti e tagli, due finali, due volte a un passo dal mettersi al dito l’anello di campione NBA, che, ai tempi delle Finals 2002-3, voleva dire essere i campioni del mondo. 
Una carriera da comprimario per lunghi tratti, un personaggio amato nello spogliatoio e fuori. Pochi lampi per un fisico come il suo. 213 centimetri per 115 kg di muscoli, la perfezione atletica per un centro: mani educate, veloce il giusto, atletico. 


Vi chiederete il perché di questo excursus? Quale dettaglio rende Jason Collins degno di essere raccontato se, sportivamente parlando, non ha lasciato segni indelebili?
A volte, per scrivere la storia dello sport, non serve vincere una partita, 'basta' il coraggio di essere se stessi. Non tutti lo sapranno, ma il 29 Aprile 2013 Jason Collins ha scelto di uscire allo scoperto. Dopo anni di repressione, anni in cui ha dovuto forzare se stesso, fingendo di essere ciò che non era, Jason ha fatto coming out. Ha dichiarato la propria omosessualità a mezzo stampa. Il primo giocatore ancora in attività a dichiararsi tale. Nello sgomento della sala stampa, un piccolo mattone sulla via della parità dei diritti è stato messo da questo giocatore afroamericano. 

martedì 27 settembre 2016

Legami: Zanardi e le Torri Gemelle

L’origine, lo sviluppo, la fine e la rinascita. Le stesse tappe, gli stessi anni, le coincidenze di due storie che si snodano tra gioia e dolore,lasciando una lacrima che scende dagli occhi umidi, una cicatrice sul cuore, ma un sorriso sulle labbra, tese verso l’alto, a caccia di una nuova impresa.

Alex Zanardi e le Twin Towers, quando la fine non è altro che un nuovo inizio.



Parallelismi.


1966: La genesi.

Il 5 Agosto, a Manatthan viene posata la prima pietra per la costruzione del World Trade Center, un complesso che avrebbe dovuto ospitare i due edifici più alti del mondo, le Twin Towers. La New York degli anni 60’ viveva nel pieno del suo lento declino. Lotte razziali, le Pantere Nere e l’inesorabile crollo dei muri che dividevano chi era diverso, mentre l’Unione Sovietica, dall’altra parte del globo, rimaneva immobile, gelida. Lo spauracchio atomico della fine. 

79 giorni dopo, il 23 Ottobre, a Bologna, Anna e Dino davano alla luce loro figlio, Alessandro. La città in fermento per il calcio, negli anni d’oro, sportivamente parlando, della cittadina emiliana.



martedì 20 settembre 2016

Federica Pellegrini: il ritiro può attendere, la storia no


Ci sono storie scritte e storie in corso di svolgimento, medaglie vinte e record ancora da stabilire, nuotando o correndo, pedalando o calciando. Il tempo alle spalle o di fronte. 
Nessun appuntamento col passato oggi, ‘solo’ uno sguardo verso il futuro.
Da Rio 2016 a Tokyo 2020. 4 anni per rinascere.
Quando a 16 anni, con il Tempio di Zeus che incornicia il tuo volto, sconvolgi il mondo guadagnandoti con il sudore una medaglia d’argento olimpica, è evidente che scrivere la storia sia nel tuo destino, nel tuo sangue, incisa a fuoco in una bracciata. 
Medaglie, soddisfazioni, cambi di allenatori, le delusioni, gli alti e bassi di una vita trascorsa a caccia dell’oro.

martedì 5 luglio 2016

Roma-Etiopia in 42,195 km.


L’alba di un nuovo mondo, il sole che sorge sui paesi africani.
La Guerra è alle spalle, le Olimpiadi di Roma sono alle porte, mentre il pianeta si prepara agli anni 60.
Abebe Bikila, l’uomo di quelle Olimpiadi.
Ci sono immagini che rimangono nella memoria collettiva, persone che diventano, spesso senza rendersene conto, simboli della propria generazione.
Bikila è un simbolo, la sua immagine un’icona.
Olimpiadi di Roma del 1960.
L’Africa insorta ha appena cominciato a proclamare la propria indipendenza.
Nella prima metà di Agosto sono ben 5 le nazioni africane a iniziare un movimento di decolonizzazione.

martedì 28 giugno 2016

Jesse Owens. 45 minuti per cambiare il mondo.



Quanto tempo occorre per cambiare la storia?

C’è chi impiega anni, chi settimane. Ci sono persone a cui occorrono intrighi di palazzo, altri a cui basta stare fermi, magari immobili davanti alla forza di un carrarmato.
Ci sono storie e storie. Lo sport è spesso considerato, e nella maggior parte dei casi lo è, nient’altro che un passatempo. La distrazione da ciò che è più importante.
Ci sono, però, personalità che travalicano il loro confine di sportivi per immergersi a tutti gli effetti nella storia. Il XX secolo racconta di guerre e media. Racconta di muri che si creano e si abbattono. Racconta di Adolf Hitler e delle dittature fisiche e morali, ma racconta anche di Jesse Owens e della lotta di un singolo uomo contro il sistema.

martedì 21 giugno 2016

La partita della morte. Quando vincere o perdere faceva la differenza.

9 Agosto 1942.
Il caldo soffocante dell’estate Ucraina.
Solo due settimane prima, il 22 Luglio, i nazisti diedero il via alla deportazione degli ebrei del ghetto di Varsavia. La tragedia della guerra in ogni anima, mentre sullo sfondo il mondo devastato dall’uomo guardava con le lacrime agli occhi la follia dell’odio.
Kiev era semi deserta, nelle strade poche persone avevano il coraggio di girare. Troppa la tensione. I nazisti occupavano la città con il sostegno dei nazionalisti ucraini, anti-sovietici e filo-nazisti.
Odio e amore, guerra e pace. Guardie e prigionieri. Diversi, ma con qualcosa in comune. Una passione che supera le barriere dell’odio, l’amore per lo sport. L’evasione dalla crudeltà opprimente.
Nel giugno del 42’ i tedeschi, con l’appoggio di ungheresi, romeni e i nazionalisti, decisero di dare vita ad un torneo calcistico che avrebbe visto impegnate 6 squadre. 4 formate da truppe occupanti, una, la Ruch, formata da ucraini ‘amici del Reich’ e un’ultima composta da prigionieri, la Start, inserita per dare il modo ai tedeschi di mostrare la loro superiorità.