martedì 25 aprile 2017

Ciao Michele...

Ciao Michele...

Il sorriso, gli occhi sinceri e la voglia di vivere. Questo era Michele Scarponi. Non era solo uno sportivo, non era solo un ciclista. Era un uomo. Era un ragazzo. Era semplicemente speciale.

Per questo motivo la sua morte ha sconvolto così tanto l’opinione pubblica, perché il suo sorriso, negli anni, ha lasciato il segno, scavando un solco nei cuori di chi lo vedeva correre. Michele non era un cannibale della bicicletta, non era il vincitore assoluto, era normale. Voleva vincere, ma sapeva perdere e, soprattutto, era capace di riconoscere i propri limiti, usandoli come un trampolino per superarsi.
Nel 2011 gli venne assegnato a tavolino il Giro d’Italia, ma lui non lo volle riconoscere. ‘Il Giro l’ha vinto Contador’. Onesto e leale. Voleva vincere con le sue gambe, sapeva riconoscere la sconfitta e la superiorità altrui. Per questo è entrato nell’anima degli appassionati e dei suoi colleghi. Una pedalata alla volta, con il sorriso che sovrastava la sofferenza.

Di vittorie ne ha ottenute molte, l’ultima pochi giorni fa, a 37 anni, ma chi era Michele Scarponi è stato chiaro al Giro d’Italia 2016, nella 19^ tappa, da Pinerolo a Risoul. Non con una vittoria, ma con la capacità di saper essere un compagno leale, di essere un amico e di saper rinunciare a se stesso, per far vincere altri. 

Nibali, il suo capitano, non stava vivendo un momento fantastico. Le gambe non giravano, gli altri sembravano più forti. Krujswick e Chaves erano più reattivi, quasi invincibili. L’Astana scelse una tattica diversa, mandò in fuga Michele, che dopo anni da capitano unico, aveva accettato di aiutare il compagno, ritagliandosi spazio in altre gare.

La fuga dell’aquila di Filottrano è stupenda, scollina primo sul Colle dell’Agnello, la Cima Coppi di quell’edizione, il vantaggio è enorme, la vittoria di tappa a un passo, ma…
Nella discesa dai 2744 metri dell’Agnello Krujswick cade, Nibali e Chaves proseguono, la maglia rosa resta a terra. Tutto ciò che era pochi istanti prima, la vittoria già scritta dell’olandese e la difficoltà di Nibali vengono rimesse in gioco. È il momento di attaccare. La coppia avanza, ma Michele è saldamente al comando. Martinelli lo contatta, gli chiede di fermarsi, di rinunciare a un traguardo che, a 36 anni, sarebbe stato difficilmente ripetibile. Michele si ferma, rifiata, la telecamera lo inquadra e lui…sorride.

Nella fatica del tuo sorriso cerca un ritaglio di Paradiso.F. De Andrè

Il sorriso di Michele, anche in un momento in cui chiunque sarebbe stato furibondo. L’amicizia e l’affetto, valori che per lui erano più importanti della gloria personale. Vincenzo arriva, lui si mette davanti e tira. Pedalate profonde, con il cuore a mille e una smorfia di fatica. Vincenzo vince la tappa, non rende vano il ‘sacrificio’ del compagno. All’arrivo, in quell’abbraccio, c’è tutto. Tutto Michele Scarponi.

I tributi postumi, molte volte, sono frasi fatte che si dicono e lasciano il tempo che trovano, ma non in questo caso.

Michele Scarponi mancherà al ciclismo e mancherà a ogni persona, appassionato e non, che ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo, o solo guardare il suo sorriso in televisione perché era umano. Non aveva il palmares di Nibali o Contador, non aveva i numeri di Valverde, non aveva il peso mediatico di Armstrong, ma ha saputo fare la differenza gettando il cuore oltre l’ostacolo e superando ogni sofferenza con la forza di chi ama la vita.


Ciao Michele...


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