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lunedì 8 febbraio 2016

SportivaMente - Vincenzo Prunelli

Vincenzo Prunelli è medico, psichiatra e psicanalista. 

Socio onorario dell'Associazione Italiana di Psicologia dello Sport e direttore responsabile de "Il Giornale Italiano di Psicologia dello Sport". 

Vincenzo Prunellha lavorato, negli anni, come psicologo dello sport presso il Torino Calcio, alla Federazione Italiana Giuoco Calcio, per le Nazionali Giovanili e alla Robe di Kappa basket. 


Autore di numerosi libri è ideatore e curatore dell'Associazione e del progetto Nuovosportgiovani, che vi suggeriamo di scoprire attraverso il collegamento.



Ti posso chiedere di spiegare il significato di psicologia sportiva a una persona non del settore?

La psicologia sportiva, per come la intendo, è un fantastico fenomeno educativo che richiede, però, alcuni cambiamenti interni alla cultura dello sport, altrimenti non si possono utilizzare a pieno le sue potenzialità.
Come potrei spiegare cos'è la psicologia dello sport? Innanzitutto direi che è strettamente legata all'età di chi fa sport e in tal senso può venir divisa in tre fasi.
Uno dei compiti principali insiti nella prima fase è fare in modo che gli allenatori capiscano quali sono i tempi di sviluppo di un bambino e quali i tempi di apprendimento, in modo tale da non commettere degli errori. Il bambino, ad esempio, non possiede il pensiero astratto, e quindi è inutile parlargli del domani, dei sacrifici o del successo nella vita. E poiché il gioco, il piacere e l’interesse sono gli stimoli fondamentali, l’istruttore preparato deve riuscire ad associare l'apprendimento al divertimento.
In tempi passati, collaborando con Sergio Vatta, un tipo eccezionale, abbiamo inventato i “Primi Calci” al Torino. Riuscivamo a insegnare calcio apprendendo anche dai bambini stessi. Se notavamo qualcosa di diverso dal solito, non per forza creativo, ma anche solo diverso, lo mostravamo agli altri bambini, che cercavano di imitarlo. E, imitandolo, facevano anche qualcosa di diverso da quello che erano soliti fare, perché da questo bambino avevano la possibilità di imparare.
Insegnavamo anche il gesto tecnico, ma a modo nostro. Per esempio, per insegnare a calciare d'esterno creavamo a terra un cerchio con una corda e il bambino, arrivando di corsa, doveva toccare la palla d'esterno facendola finire al centro. Anche il solo toccarla d'esterno insegnava il gesto tecnico e permetteva ai bambini di imparare a regolare la forza che andava impressa alla palla.
Altro aspetto importante è insegnare agli allenatori a fare divertire i bambini. Se riesci in questo compito, ti si aprono molte porte. Pensa che, al Torino, siamo riusciti a fare stare 650 bambini in due campi da calcio, senza che si disturbassero. Questo è stato possibile perché gli allenatori, tutti con una qualifica Isef, nel farli giocare s’interessavano a farli divertire.
Vedo invece la specializzazione precoce come il fumo negli occhi. Questa significa comunicare ai bambini di fare in un dato modo, ma non il loro. Il talento in questo modo viene soffocato, perché deve rinunciare alla propria soluzione: rallenta l’azione e l’iniziativa per costruirsi uno schema non suggerito dalla situazione e, di conseguenza, non può usare l’ingegno.
La seconda fase parte dai 10/12 anni, e consiste nel poter iniziare a insegnare anche con spiegazioni e trasmissione di concetti, e quindi anche senza passare attraverso il gioco. È comparsa la capacità di pensiero astratto, e si possono lasciar assumere iniziative non comandate, e quindi permettere che possano sbagliare. Questa è la fase in cui s’inizia a dare dei compiti e delle indicazioni e, in un certo modo, a specializzarli. In questa fase, se un bambino non sbaglia, è perché non tenta mai nulla di nuovo. E qui s’inserisce il discorso sull'intelligenza, che è composta di almeno tre livelli di funzioni. Il primo è l'apprendimento passivo, il secondo la critica e il terzo la creatività e l’ingegno, nel quale non si esegue solo un comando, ma delle informazioni che si hanno a disposizione si fa ciò che si ritiene più opportuno.
Il compito dello psicologo consiste quindi nel fornire nuove conoscenze per correggere errori che gli allenatori possono commettere e suggerire le soluzioni più adatte a ogni età e a ogni allievo. Per esempio, capire perché un bambino compie una determinata azione, quali potenzialità della mente impiega in certe iniziative o come correggere dei comportamenti senza punire e creare ostilità. E insegnare agli allievi a metterci del loro, affinché non eseguano in modo speculare quello che è loro detto. Se quest'ultimo punto non viene seguito, si rischia di ritrovarsi con adolescenti ribelli o solo esecutori di compiti e con adulti incompleti.
L'obiettivo, quindi, è fare in modo che il ragazzo diventi autonomo, che sia lui a decidere quello che fa. Può sembrare un rischio, ma se l’istruttore è capace di essere una figura di riferimento, il ragazzo non farà di testa sua, ma esattamente quello che si aspetta chi lo guida, senza però avere la percezione di essere stato portato per mano.
Errore, invece, da evitare è spingere il ragazzo a imitare il gesto del campione. Al bambino prima bisogna insegnare ad avere armonia col proprio corpo e solo in un secondo momento gli si può proporre di provare a fare in un dato modo. Se metti un bimbo davanti a un compito troppo difficile e, come nel caso del gesto del campione, del tutto impossibile, stai facendo la cosa più diseducativa. Nulla è più diseducativo di chiedere cose irrealizzabili. Questo discorso vale sia per i genitori e sia per gli allenatori, perché c'è una tendenza a spronare i propri figli per essere i migliori e i primi ovunque, ma se riescono a essere solo secondi che cosa accade? Sono costretti a considerarsi degli sconfitti.
Lavorare con gli adulti invece è più complicato. Se hanno un difetto, è molto difficile toglierglielo. Questo è un tentativo che ho provato a fare al Torino, l'anno dopo lo scudetto, trovando una forte resistenza. Quando una persona non abituata a provare e a imparare il nuovo è messa di fronte a una novità che mette in crisi convinzioni molto radicate, è facile che si opponga, e questo vale per i giocatori, come per gli allenatori. Specialmente con i secondi, è importante non salire mai in cattedra, lasciando che siano loro ad arrivare alla proposta che si vuole presentare. Una competenza dello psicologo, quindi, sta nell’operare in modo che si arrivi insieme alle soluzioni.
Un aspetto caratteristico che riguarda il lavoro con gli adulti sta nel fatto che si lavora anche sulla prestazione. Se si riesce a togliere un po' di tensione o rendere proficua la concentrazione è già un buon lavoro. La mia massima preferita è che la concentrazione più efficace è quando si entra in campo raccontandosi l’ultima barzelletta. Chiaramente sono stato attaccato, ma prova a riflettere su come stavi emotivamente quando hai realizzato la tua miglior partita o, addirittura, hai sostenuto il miglio esame, e capirai che non è la solita stravaganza. L'agonismo consiste nel saper far fronte alla situazione che sta capitando con prontezza, lucidità e fiducia di sapercela fare, e non è una cosa da invasati: non può capitare che più sei carico di paura di non farcela meglio giochi.
Nella mia esperienza ho visto che le strategie utilizzate per ottenere la concentrazione non sono sempre le più efficaci. Mi ricordo un portiere, che ha giocato in Nazionale, che a occhi chiusi stava provando a immaginarsi tutte le possibili parate. Gli chiesi: “Dove ha tirato”? “A destra”. “No, a sinistra”, gli risposi. A quel punto fu preso dal panico: “Non mi faccia più questi scherzi. Adesso devo ricominciare da capo”.
Ti rendi conto di quante energie sono necessarie per fare un lavoro del genere e di quanto incida sulla sicurezza? Inoltre, se non hai un feedback immediato sull'efficacia di ciò che stai facendo, non ti rassicurerai mai di poterla portare in gara. La concentrazione si ottiene in cinque minuti, ma se la cerchi in questo modo rischi di perderla e di aver paura di non trovarla quando ti serve veramente. Perché questo portiere continuava a cercarla in questo modo? Gli serviva, perché qualsiasi rituale legato alla superstizione, una volta radicato, è indispensabile per non cadere di più nella paura, come il sale buttato dietro la schiena, che diventa un amuleto di cui non si può fare a meno, pena la caduta nel panico.