mercoledì 16 settembre 2015

Musica in movimento: Sigur Rós - Agætis Byrjun

Lo sport non è solo movimento forsennato e sudore, fatica e bisogno di forza interiore. È anche riflessione, respiro leggero, ricerca di calma, introspezione. Quindi, per una buona musica con cui accompagnare un momento di attività sportiva, non è necessario solo avere in sottofondo una musica che dia spinta, ma anche qualcosa che coadiuvi un momento di riposo attivo, in cui dare respiro al corpo, ai muscoli, al cuore, e alla mente.
E se ripenso a qualcosa che più di altri può stimolare uno stato di calma mentale e fisico, subito mi viene in mente qualcosa che venga da terre fredde, misteriose, magiche, una terra come ad esempio l'Islanda. E in Islanda c'è tanta bella musica. Tanta. Sicuramente la più conosciuta è Bjork, ma non meno importanti (anzi) sono i Sigur Rós.


Difficile spiegare la loro musica a parole, e inutile è tentare di classificarla. Se bisogna indicare un album che riassuma la loro indole, ed è anche il più riuscito, un vero capolavoro di fine millennio, è il loro secondo lavoro, "Agætis Byrjun", del 1999.
Piccola premessa: i titoli in islandese appaiono spesso impronunciabili, ma il cantato, in questa complicata lingua (e spesso affiancata da un linguaggio inventato, il Vonlenska), pare invece trarne forza e aumentare il significato musicale.


Si parte con un "Intro" di un minuto e mezzo, semplicemente una parte di un'altra canzone dell'album suonata al contrario, ma che ci fa entrare subito in atmosfera. Alla seconda traccia, eccoci già ad un classico dei folletti islandesi, "Svefn-G-Englar", in bilico tra la chitarre distorte (e con un effetto etereo prodotto dall'utilizzo di un archetto dal violino, espediente che diverrà una caratteristica del gruppo), tastiere leggere, batteria morbida con intermezzi più pesanti, e la voce incredibile di Jónsi Birgisson, femminea e quasi sempre in falsetto. Sembra di essere davvero in quelle terre nordiche, tra soli notturni, eterni crepuscoli o eterne aurore, e improvvise esplosioni vulcaniche. Dieci minuti di canzone che sono un magma continuo di bellezza, malinconica e gioiosa insieme. La terza traccia, "Starálfur", parte tra un pianoforte quasi ipnotico e violini paradisiaci, prima che la voce di Jónsi ci accompagni in territori romantici, ma mai di troppo, e davanti alla quale è difficile rimanere indifferenti. 


In "Flugufrelsarinn" è il basso di Georg Hólm a tenere testa: la canzone ha un taglio più classico, la voce è sempre meravigliosa, ma su linee più semplici, e il gruppo tiene sempre l'atmosfera tesa e fluttuante. "Ny Batteri" inizia per un minuto abbondante tra suoni di fiati e sottofondi misteriosi, e sembra di essere su una nave tra i ghiacci; di nuovo un basso dalla linea ipnotica, una chitarra con effetti sognanti, e la solita incedibile e unica voce di Jónsi; dopo metà degli 8' della canzone, entra prepotente la batteria di Ágúst Gunnarsson, e la malinconia lascia spazio all'impeto musicale. "Hjartad Hamast" è tra le composizioni più particolari del gruppo, con basso e tastiera a suonare una sequenza di accordi quasi blues, prima della mutazione continua della canzone, tra l'esplosione della chitarra di Jónsi, linee vocali bellissime ma oscure, ritmica trascinante (per quanto possano avere questa caratteristica i Sigur Rós), violini onnipresenti, e una continua sensazione di pericolo imminente. "Vidrar Vel Til Loftárása" è un altro viaggio di 10' nelle terre islandesi: lunga introduzione, pianoforte a tracciare la strada, violini ad accompagnare, ed esplosione finale, in classici territori post-rock. "Olsen Olsen" è l'ennesima perla multi sfaccettata dell'album: romantica linea vocale, cori leggeri, e un flautino con una melodia tanto semplice quanto meravigliosa che avvia alla seconda metà degli 8' del brano, farcita di orchestra e cori più potenti, prima del finale con il ritorno del piccolo flauto, suonato dal poli strumentista del gruppo, Kjartan Sveinsson, che pare la vocina di un bambino che torna a casa felice dopo la festa. Con "Ágætis Byrjun" ecco invece una leggera canzone acustica, più semplice e "normale" rispetto al resto, ma non per questo meno bella e originale. Il finale è affidato a "Avalon", strumentale pezzo di "soltanto" 4', tra tastiere e altri suoni atmosferici; siamo forse vicini al lungo inverno islandese, e la cupezza torna ad occupare lo spazio.

Ma se si è ascoltato questo album durante una leggera seduta di allenamento, o durante una passeggiata in montagna, o in bici, o in una qualsiasi altra attività, sembra di essere tornati da un lungo viaggio, dentro i ghiacci islandesi, o dentro sé stessi.

ARTICOLO A CURA DI:

Nessun commento:

Posta un commento