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venerdì 29 gennaio 2016

Le emozioni che ci aiutano nello sport

Oggi presentiamo la divisione che Hagtvet e Hanin (2007) delineano dello spettro emotivo che un atleta può provare e di come questo può influire sulla performance.

Gli autori dividono le emozioni in funzionali e disfunzionali al raggiungimento di un obiettivo sportivo, per poi suddividerle nuovamente in emozioni positive e negative. Emergono quindi 4 gruppi emozionali: 1) Emozioni positive e funzionali; 2) Emozioni negative e funzionali; 3) Emozioni disfunzionali e positive; 4) Emozioni disfunzionali e negative.

L'aspetto di interesse di questa concettualizzazione teorica consiste nel non concepire come necessariamente funzionale al raggiungimento di un obiettivo un'emozione che provoca in noi uno stato d'animo positivo, come non valutano necessariamente disfunzionale un'emozione che produce in noi uno stato d'animo negativo.

Di seguito andiamo a presentare più approfonditamente questi 4 gruppi: 

venerdì 6 novembre 2015

I 3 fattori del burnout sportivo: perchè un atleta abbandona l'attività atletica

Il burn-out, traducibile in italiano con bruciato, esaurito e scoppiato, esprime il cedimento psico-fisico a cui una persona è soggetta nel confrontarsi con i compiti e le difficoltà della vita professionale, come sportiva.
Il burn-out può venire associato a vissuti come il: non farcela più, malumore e irritazione quotidiana, prostrazione e svuotamento, senso di impotenza e delusione (Pellegrino, 2009).

In ambito sportivo si è soliti associare il burn-out a situazioni di fatica fisica, psicologica ed emotiva, che vanno così a favorire l'abbandono dell'attività praticata (Scimione, 2014).
Raedeke (1997) indica 3 fattori in grado di favorire il burnout:

1) Esaurimento psico-fisico: quando le gare e gli allenamenti sono troppo intensi, le risorse psico-fisiche vanno via, via, ad esaurirsi. Questo porta gli atleti a sperimentare la sensazione di non avere più le capacità per affrontare i compiti e le difficoltà connesse alla pratica sportiva, favorendo così l'abbandono.
Come una vettura, che all'aumentare della velocità aumenta i consumi, un atleta all'aumentare dell'intensità degli allenamenti e delle competizioni, aumenta il suo consumo di risorse psico-fisiche. A differenza di una vettura, che all'esaurimento del carburante può fare benzina e ripartire, un atleta all'esaurimento delle risorse molto difficilmente riuscirà a fare il "pieno" e sarà quindi portato a fermarsi;

venerdì 25 settembre 2015

Errori di valutazione nell'analizzare un risultato sportivo

E' stato provato scientificamente che nelle competizioni olimpiche, le emozioni degli atleti sono solitamente relazionate alla prestazione ottenuta in relazione alle loro aspettative (es: se volevo vincere ed ho vinto proverò gioia), ma non solo.
Le emozioni sperimentate saranno collegate anche al pensiero controfattuale, ovvero alla simulazione mentale di cosa sarebbe potuto accadere.

In diverse ricerche scientifiche (McGraw 2004, Medvec, 2005) è stato infatti dimostrato che gli atleti che hanno ottenuto la medaglia di bronzo, per i quali un'alternativa realistica era quella di finire senza medaglia, mostravano una gioia maggiore di chi aveva vinto la medaglia d'argento, che poteva facilmente immaginare che con poco di più avrebbe conquistato l'oro.

lunedì 21 settembre 2015

Dialogo col campione - Katia Figini

Katia Figini è una ultramaratoneta esperta nelle corse nei deserti.

Nel suo palmares sono presenti numerose competizioni internazionali tenutesi nel deserto della Namibia, dell'Oman, del Mali, del Sahara, della Giordania e della Bolivia. 

Katia Figini, oltre ad essere una sportiva vincente, è anche attiva in prima persona per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne. Nel 2010 e nel 2011 è diventata testimonial del progetto Run for Women diventando la prima donna in assoluto a percorrere 5 deserti in 5 continenti in un solo anno.

Attualmente Katia Figini è anche un coach sportivo e cura la preparazione per podisti a tutti i livelli e per runner che desiderano partecipare a gare nei deserti.




Niccolò Fabi, un cantautore italiano, canta “la solitudine è amara beatitudine, per me. E' necessaria come un vizio e la coltivo un po' per sfizio”. Per te, Katia, cos'è la solitudine? Che rapporto hai con lei e che valore ha all'interno della tua vita quotidiana?

Io ho sempre pensato di soffrire, di patire, l'idea di rimanere sola, ma in realtà spesso e volentieri sono sola nella mia vita.
Trasferendomi da Milano ad un paesino su un cucuzzolo di una collina di poco più di 300 abitanti, mi sono accorta che molto del mio tempo lo passo da sola e non mi pesa. A volte chiaramente ho il desiderio e il piacere di condividere del tempo e delle esperienze con gli altri, ma anche lo stare da sola lo trovo piacevole.
Sicuramente con il tempo ho imparato che a volte le persone riempiono il tempo per non stare da sole, ma queste cose hanno poca qualità. Quindi ho imparato a preferire di condividere il mio tempo con persone care, che posso anche darmi un ritorno esperienziale e valoriale. Se non c'è invece uno scambio arricchente credo sia meglio anche stare soli.

Credi la solitudine possa darti qualcosa che la folla e il gruppo non possano darti?

La solitudine ti permette di approfondire dei pensieri di natura introspettiva che con altri non potresti sviluppare. Non rapportandoti con altri credo sia più facile entrare nella propria sfera personale.
Chiaramente anche lo stare troppo soli non credo faccia bene. Ovviamente mi alleno anche con amici che condividono la mia passione. Entrambe le dimensioni se portate all'estremo credo siano dannose, è bene anche qui trovare un equilibrio.

lunedì 27 luglio 2015

Dialogo col campione: Stefano Ruzza

Stefano Ruzza è un ultratrailer italiano, che corre per il team Vibram e per l'Atletica San Marco.

Vincitore di diverse gare di livello nazionale e spesso competitivo coi migliori atleti in gare World Tour.

Nel suo palmares spiccano due vittorie ai campionati nazionali (2012 e 2013), un 7° posto all'europeo del 2013 e un 7° posto (2014) alla diagonale des Fous, prestigiosa competizione che si svolge sull'isola de La Reunion, nell'oceano indiano.





Ciao Stefano, ti sei avvicinato alla corsa in età matura. Sotto alcuni aspetti questo potrebbe averti limitato, come ad esempio non aver sfruttato pienamente gli adattamenti fisici della pubertà. Esistono però dei vantaggi di natura mentale, in questo avvio dopo i vent'anni? 

E’ vero che l’aver iniziato non in età giovanile mi abbia avvantaggiato dal punto di vista mentale. Da ragazzino avrei voluto provare col ciclismo, ma ripensandoci, non ne avrei avuto la testa. Da quando ho iniziato a correre ho sempre avuto degli obiettivi che mi hanno aiutato a spostare più in là i miei limiti, ma con coscienza e lucidità, mentre da ragazzino queste cose sicuramente non la avevo.

Sentire che non "avresti avuto la testa" ad alcuni potrebbe sembrare strano. Puoi spiegarci quali qualità mentali ti mancavano nel ciclismo che pensi di avere nell'ultra?

In questo momento qualità mentali forse non mi mancano, mi mancherebbero qualità fisiche, e pur piacendomi andare in bicicletta, preferisco correre. Ma da ragazzino, l’allenarmi tante ore, con il freddo o con la pioggia, il non uscire il sabato sera per andare a fare la gara, erano cose che probabilmente avrei retto solo poco tempo. Ho preso altre strade, che sicuramente non mi hanno fatto bene, ma mi hanno fatto capire col tempo che la strada dello sport e dell’impegno era quella giusta. Qualche piccolo rimpianto a volte affiora, ma la strada che mi ha portato fin qua era questa, e sono ugualmente contento.